domenica, 26 agosto 2007,09:58
Vi propongo un racconto. Parliamone, insieme. Della tematica che affronta, dello stile, della trama. Di tutto quello che volete. Parliamone.
 
L'amore è troppo ma non è mai abbastanza
 
Carlo aveva corso inutilmente verso un autobus troppo lontano e ora, sudato ed in ritardo all’appuntamento con Eva, si dirigeva verso la sua Alfa dal colore amaranto che difficilmente lavava.
Eva era una ragazza semplice, fantasiosa a letto e indecifrabile nella vita, in grado di stimolarlo come la sua Anna non era più in grado di fare da troppo tempo.
L’aveva conosciuta in una festa di addio al celibato per Cristiano, suo amico e collega di lavoro. Aveva un bel fisico asciutto ma ciò che l’aveva colpito di più era quel viso stanco, quasi vecchio ed esteticamente in contrasto rispetto al corpo.
Tra le tante bellissime ragazze pagate per quella serata lei era l’unica che tutti evitavano. Tutti tranne Carlo.
Qualcosa di lei lo aveva affascinato.
I due fecero sesso lungo una siepe e lui si sentì finalmente soddisfatto e pervaso da un forte piacere.
Carlo non si vergognò a urinare accanto al luogo dove aveva appena fatto l’uomo e, rivestendosi in fretta, sperò che quella prestazione non fosse troppo cara.
Poi le chiese: “Quanto costa questo servizio completo?”
Lei rispose: “Offerta libera”.
Lui le diede cento euro. Eva prese il biglietto verde, vi scrisse sopra il suo indirizzo e glielo restituì. Lui la guardò sbigottito, ma prima che potesse emettere qualsiasi suono lei disse pacata: “Alla prossima.” Carlo si allontanò sistemandosi i pantaloni e pensando: “Non la rivedrò mai più.”
Non immaginava quanto si stava sbagliando.
 
La noia e la stanchezza si fecero sentire nel susseguirsi dei giorni e, ritenendo Anna sempre la solita, Carlo riprese in mano la banconota e si diresse da Eva.
Era ormai trascorso un anno dal fortuito incontro e, da quando lui aveva scosso la sua vita, Eva non faceva più la puttana con nessuno. Carlo aveva scoperto sotto un cuscino una busta con tutti i soldi che lui le aveva lasciato dopo ogni incontro. Non mancava neanche un centesimo.
L’Alfa amaranto ed i pensieri di Carlo si arrestarono di fronte alla casa della lussuria.
L’uomo colse Eva seduta su un divano ultradecennale a mangiare un piatto di spaghetti. La donna spalancò la bocca all’arrivo di Carlo, il quale mangiò volentieri con lei. Masticando grossolanamente, l’uomo si accorse che forse quella era la pasta migliore che avesse mai mangiato. Con ancora l’ultimo boccone in gola, Carlo disse: “Sono fidanzato e sto per sposarmi.”
Eva si alzò barcollando, scomparve in camera per riapparire nuovamente con un foglietto in mano. Sul pezzo di carta non c’era scritto molto, solo la parola che Carlo non avrebbe mai voluto leggere: positivo.
Era un test di gravidanza.
Carlo boccheggiava disperato nella calura della sua anima, dimenticando la scomoda presenza di Eva che aveva cominciato a muoversi per casa nervosa, evitando il peso specifico dell’uomo che amava.
L’uomo rimase immobile per qualche momento nei suoi pensieri cupi, gli occhi appannati di sudore e la bocca informicolita. Improvvisamente scattò verso l’uscio ma si dovette fermare all’udire una frase di Eva: “Dio non ti perdonerà per avermi uccisa.”
Rimase in bambola qualche istante, di spalle al peccato. Poi uscì da quella stamberga conscio del fatto che ora era finita.
Non immaginava quanto si stava sbagliando.
 
Ritornato alla sua florida vita, Carlo ed Anna passeggiarono lungo il mare di Sabaudia mano nella mano, mentre la fidanzata gli raccontava della sua monotona giornata da casalinga, di sua madre con cui aveva discusso, di Lilla con cui era andata dal veterinario, di Sara con cui aveva passato le ore al telefono. E Carlo si sentì uno stupido, perché lui aveva tutto quello che un uomo della sua età poteva desiderare. Aveva tutto quello che un uomo della sua età poteva desiderare, ma sapeva di non avere nulla di quello che realmente desiderava.
Carlo invitò Anna a cena in un lussuoso locale romano.
Mangiarono festosamente e quando il cameriere portò la carta dei dessert ad Anna le labbra si spiegarono in un sorriso. Il pensiero di Carlo si soffermò per un istante sui grandi occhi di Eva, che l’uomo ricordava essere molto più belli di quelli di Anna.
Scacciando violentemente la riflessione, Carlo avvicinò alla donna un bellissimo anello, materializzando così la scritta posta sul bigliettino, fatto inserire nella carta dei vini.
Anna raggiante ed emozionata pronunciò un flebile, dolce e prevedibile “Sì”, che suonò nel cuore di Carlo come campane intonate a morte. Lei sorrideva e lui rispondeva, credendo di essere felice.
Non immaginava quanto si stava sbagliando.
 
Il matrimonio si svolse in una chiesa rustica con festeggiamenti in grande stile, tipici di una cerimonia fiabesca realizzata su misura ai sogni di Anna.
Mentre la moglie novella preparava le valigie, Carlo si introdusse in bagno per cercare un po’ di quiete in quella nuova situazione a cui doveva ancora abituarsi. Seduto sulla tazza, scorse sul giornale un titolo inquietante “Giovane prostituta incinta suicida”.
Prese d’istinto il giornale, e lesse di una puttana e di un biglietto stravagante lasciato prima di uccidersi: “Dio non ti perdonerà per avermi uccisa.”
Carlo pisciò e pianse, pisciò e pianse sul suo benessere, sul suo matrimonio con Anna, su un amore dalle forme tanto strane quanto quelle della sua Eva e stavolta sapeva di non sbagliare.
 
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