sabato, 20 ottobre 2007,14:06
Una nostra lettrice ci ha inviato questo racconto per inserirlo nel blog di "Generazioni al femminile" e noi, con piacere, condividiamo con voi le sue parole.
Aspettiamo le vostre opinioni... non mancate!
 
 
Domenico
 
Quella mattina Domenico si svegliò alle quattro, come sempre.
Si sciacquò frettolosamente il viso, indossò i soliti abiti da lavoro sporchi, non ne aveva altri, e corse fuori per accudire gli animali.
L'alba era molto luminosa e più rosata del solito,  Domenico neanche se ne accorse.
Mai nella sua vita si era accorto dell'alba. Albe, tramonti, sere, non erano altro che la sua giornata di lavoro. Per lui esisteva il giorno ed esisteva la notte. Lavorare, dormire e basta.
Quella mattina, come tutte le altre,i mpastò la crusca con il granoturco e la frutta marcia per i maiali, distribuì erba fresca ai conigli nelle gabbie, ripeté l'operazione nel recinto dove erano rinchiusi la capra, due pecore e due agnellini, gettò infine il granone spezzato alle galline che libere razzolavano nel cortile
Alle cinque, un'ora prima del solito, aveva finito ed era pronto ad accogliere i tre contadini, che da lì a pochissimo sarebbero venuti a muovere le zolle nel terreno intorno alla casa di don Peppino, il suo padrone.
Quanto Domenico aveva, lo doveva al padrone. Il cibo che mangiava,  il materasso riempito con cartocci di granoturco sul quale poteva distendersi. Senza dimenticare che, cinquant'anni prima, quando di anni ne aveva sette, don Peppino lo aveva prelevato dall'orfanotrofio della 'Nunziata' e gli aveva concesso di diventare il suo garzone.
Domenico era riconoscente per tutto questo e, sotto-sotto,  anche soddisfatto di essere l'uomo di fatica di un ricco possidente, proprietario, tra le altre cose, di un enorme caseggiato con gli archi di tufo verde levigato ed il grande terrazzo dal quale si poteva ammirare tutto il Golfo di Napoli. Sotto gli archi di ponente della casa s'intravedevano due cisterne per la raccolta di acqua piovana. Dalle loro dimensioni e dalla capacità si poteva intuire l'agiatezza di don Peppino. Costruite anch'esse in pietra verde levigata e con i bordi circolari, erano le più ampie e profonde della zona e, chissà perché, l'acqua che si attingeva era anche la più fresca che si potesse bere.
In estate, quasi tutti in paese esaurivano la riserva d'acqua, e, nei periodi di maggiore siccità, non era raro imbattersi in silenziose processioni di donne che, con piccoli tini in equilibrio sulla testa, si recavano alle cisterne di don Peppino. Arrivate sotto la terrazza del padrone, si profondevano in inchini e, impacciate e con gli occhi bassi, attingevano l'acqua a turno.
Tra le mansioni di Domenico c'era anche quella di avere cura delle cisterne, nelle quali affluiva acqua da cinque tetti fatti di lapilli e calce viva pressati. Ogni anno, in autunno, per impedire l'afflusso delle prime piogge, chiudeva le condotte, in modo che l'acqua lavasse tutte le superfici collettrici. Solo all'acqua invernale, fresca, limpida e pulita era consentito riversarsi nelle cisterne. Ogni tre o quattro anni, poi, le svuotava, lavava e disinfettava per bene con la calce, accertandosi che le due anguille, destinate ad ingoiare gli eventuali microrganismi che si fossero formati, fossero sempre vive.
Domenico, insomma, si occupava proprio di tutto.
Il lavoro che si apprestava a fare quella mattina non aveva nulla di straordinario se non che veniva effettuato sempre nel mese di luglio, quando i terreni, soprattutto quelli coltivati a vigneti, avevano bisogno di una rinfrescata. Solo i proprietari più accorti facevano rinfrescare i propri terreni e don Peppino era un uomo accorto.
Arrivati i tre braccianti, Domenico indicò il terreno da lavorare e, per dare il buon esempio, si schierò accanto a loro, perché 'in quattro si procede più svelti'.
Nel silenzio delle prime ore del mattino si percepiva soltanto il tintinnio delle zappe, che sembravano manovrate da un mezzo meccanico. A muoverle invece sincronicamente erano le braccia di quattro uomini, curvi per la fatica in un polverone accecante e sotto un sole che già cominciava a bruciare volti e schiene.
Quando l'orologio della chiesa suonò le nove, Domenico corse a casa del padrone a prendere la colazione che donna Lucia, la moglie di don Peppino, aveva preparato: fave secche cotte con cipolla e concentrato di pomodoro, insalata di patate, cipolle e pomodori condita con poche preziose gocce d'olio, un pane vecchio di dieci giorni, che Domenico stesso aveva impastato ed infornato. Da bere la solita bevanda, che poi non era altro che acqua in cui venivano messe le vinacce durante la vendemmia. Niente vino. No, il vino poteva diventare pericoloso; una zappata vibrata male equivaleva ad una vite tagliata.
Il vino l'avrebbero bevuto al termine della giornata di lavoro.
Dopo aver fatto colazione gli operai ripresero a lavorare. La fatica e la polvere del terreno smosso inaridivano sempre più la gola e le narici dei quattro uomini, che procedevano senza più pause.
Quel poco di bevanda rimasta era ormai diventato un brodo caldo ed imbevibile. Domenico senza parlare prese il bottiglione e andò verso la cantina per riempirlo di nuovo.
Quei pochi minuti di strada che lo separavano dalla casa del padrone gli parvero interminabili e senza fine gli sembrò il suo procedere ansimante sotto il sole che si rispecchiava sul suo cranio e con l'unica ciocca di capelli, impastata di polvere e sudore, incollata sulla fronte. Disgustato percepì l'odore stesso del suo corpo, l'acre puzzo di sudore che fuoriusciva dalla maglia di lana, strappata in un lato.
Varcò, finalmente, l'arco di tufo verde che delimitava la casa del padrone, s'introdusse nel cortile, passò davanti alle cisterne e si fermò. Sul bordo di una di esse aveva visto il secchio, invecchiato e bronzeo come una campana, con i bordi imperlati di gocce d'acqua, la fune ancora bagnata. A quella visione provò un delizioso brivido lungo la schiena. Avanzò bramoso, aprì le braccia, dischiuse le labbra e le accostò al secchio. Vuoto! Con il dorso della mano asciugò il sudore che gli colava dalla fronte, si stropicciò gli occhi e riprese in mano il bottiglione per riempirlo in cantina.
'Domenico!' lo fermò la voce del padrone, che dal terrazzo aveva assistito alla scena.
'Che c'è don Peppino?' rispose Domenico.
'Domè, attingimi questo secchio d'acqua.'
Domenico riprese il secchio, lo fece scendere con la fune nella parte più profonda della cisterna, dove l'acqua era sicuramente più fresca, poi, tiratolo su, si passò la lingua secca sulle labbra asciutte e disse: 'Eccola padrò, fresca fresca e tutta vostra.'
'Domè!' disse ancora don Peppino.
'Dite padrò,' rispose Domenico tutto piegato su se stesso, aspettando altri ordini.
'Domenico, ora bevi!'
Domenico bevve, andò in cantina, riempì il bottiglione di bevanda e tornò nel vigneto per far dissetare anche i suoi compagni.
Ormai i contadini avevano terminato il lavoro. Il pezzo di terra, lavorato di fresco, sembrava vellutato. I verdi pampini delle viti e le piante da frutto, incipriate di polvere e zolfo, proiettavano ombre sulla superficie rimossa.
Vitaliano suonò le dodici picchiettando la zappa con la roncola. Quel sordo tintinnio, simile a una campanella stonata fu il segnale che si potevano posare gli attrezzi.
Costeggiando le rare ombre lungo il terreno, i quattro si avviarono verso la cantina per consumare un pasto frugale. Qualche fetta di pane stantio, pochi pezzi di duro e salato formaggio, una bottiglia di vino.
Domenico aspettò che i suoi compagni finissero di mangiare, pagò a ciascuno di loro i due soldi per la giornata di lavoro e li vide svanire nel fumo puzzolente delle sigarette da loro stessi arrotolate, storditi dal vino e dall'estenuante frinire delle cicale. Solo allora si sedette su un basso gradino e si rifocillò con quel poco che era avanzato. Poi, da un'altra botte, spillò vino 'speciale' per il suo padrone e glielo portò per il pranzo.
Finalmente era finita la prima parte della sua giornata di lavoro. Si allontanò dalla casa di don Peppino e andò a distendersi su quel terreno zappato di fresco, all'ombra di una pianta. Non lo faceva abitualmente. Di solito si abbandonava sul suo giaciglio di tavole e cartocci di granoturco e inebetito, con gli occhi spalancati, faceva passare la sua ora di riposo.
Quel giorno però era diverso, sentiva che solo dormendo avrebbe recuperato la forza necessaria per affrontare il lungo pomeriggio di lavoro che lo aspettava.
In quella quiete, in quella terra più sua che del suo padrone, Domenico quasi s'inumò con gli occhi spalancati al cielo azzurro, la bocca semiaperta in un sorriso e le orecchie solleticate dai fili d'erba mossi dal venticello caldo.
Gli sarebbe bastato dormire un'ora, una sola ora, e avrebbe ricominciato a zappare e la sera avrebbe pensato agli animali e avrebbe servito la cena alla famiglia del padrone, poi avrebbe mangiato una minestra tiepida… poi la notte… la mattina dopo gli animali. Se fosse rimasto in casa non sarebbe riuscito a dormire. Il caldo afoso e gli scricchiolanti cartocci sotto la schiena lo avrebbero tenuto sveglio e, se anche fosse riuscito ad addormentarsi, sicuramente il padrone l'avrebbe svegliato per qualche capriccio da soddisfare.
'Domenico!' lo distrasse dai suoi pensieri una voce in lontananza.
Si sollevò faticosamente sui gomiti e tese le orecchie per capire da dove provenisse il richiamo.
'Dite padrone!' soffiò amaro ad un lombrico attorcigliato su una foglia, poi, senza forza, affondò pesantemente la nuca nel terreno.
'Domenico! Domenico!' ancora la stessa voce,  questa volta più chiara. No, non era il padrone ad avere bisogno di lui.
'Chi sei?' farfugliò serenamente Domenico.
'Domè! Ora dormi!' ripetè la voce dolce e suadente come in una ninnananna.
'Signore! ' rantolò Domenico chiudendo gli occhi.
 
2tonidiblu57 alias mareblucobalto
 
martedì, 02 ottobre 2007,09:01
Vi presentiamo qui di seguito l'intervista a Manuela Mazzi, una scrittrice importante e di talento che ha pubblicato più volte con la casa editrice Progetto Cultura. Parleremo del suo essere donna e del suo essere scrittrice, dei suoi successi, delle sue idee e del suo rapporto con la casa editrice...
Insomma... aspettiamo le vostre opinioni, amiche di blog! E intanto, buona lettura…

Definisciti in quanto scrittrice.

Forse è più facile dire che cosa non sono, piuttosto che attribuirmi una definizione: non sono una giallista, non sono un’intellettuale, non sono rinchiusa in un genere unico, e quando scrivo non lo faccio per puro esercizio stilistico, ma per comunicare attraverso una forma che non sia il giornalismo, e che mi dia più spazio per raccontare ciò che voglio. Ecco sono una scrittrice affetta da deformazione professionale, una giornalista a cui piace narrare.

Che rapporto c'è tra te e la casa editrice Edizioni Progetto Cultura 2003?

La Edizioni Progetto Cultura 2003 è stata la casa editrice che mi ha aiutata a esordire pubblicandomi il lungo racconto "L’angelo apprendista". Quindi nutro stima e riconoscenza. Tant’è che anche il mio secondo libro, "Un caffè a Kathmandu" è uscito con loro nella collana "Un libro in aiuto"; una forma di pubblicazione e collaborazione con le onlus che ritengo molto bella e utile da un punto di vista sociale: un’idea azzeccata.

Ti senti più una donna che scrive o una scrittrice al femminile?

Una donna che scrive al femminile. E me ne sono resa conto proprio con l’ultimo lavoro. Nel reportage narrativo "Un gigolo in doppiopetto", infatti, scrivo con la forma dell’Io narrante, che nella fattispecie è però un uomo: ovvero il gigolo protagonista che si racconta nel libro. Ebbene devi sapere che non è proprio sempre facile - attingendo comunque le emozioni dal proprio vissuto per meglio descriverle - parlare e scrivere al maschile, essendo io una scrittrice donna… Ma di positivo, c’è che per la prima volta non confondono il protagonista con la mia persona. Come invece è accaduto con i primi due, in cui la protagonista era appunto una donna…

Cosa si prova a vedere la propria ultima fatica, "Un gigolò in doppiopetto", tra i libri più venduti nella Svizzera Italiana?

È davvero una grande soddisfazione. Un’emozione inebriante. Ma non tanto per la statistica o le vendite… ma per il fatto che viene riconosciuto un qualche merito al libro, foss’anche solo l’interesse che suscita il tema trattato.

Ci racconti com'è stata la gravidanza del tuo primissimo libro, "L'angelo apprendista"? Com'è stato darlo alla luce, e poi alle stampe?

È nato tutto da un sogno, che ha poi determinato l’inizio, il prologo del racconto. E di sogni è composto anche tutto il seguito. Certo, c’ho messo un po’ a trovare il filo conduttore che poteva unire storie e ambienti molto diversi tra loro, ma alla fine sono stata soddisfatta dell’insieme. La ricerca dell’editore è invece stata molto, ma molto più difficile e lunga… ogni volta devo mettere in conto almeno un anno di attesa e risposte negative. Prima dell’offerta di Progetto Cultura, avevo già ricevuto alcune proposte di pubblicazione, ma erano tutte fuori completamente di testa (e oggi, con il senno di poi, posso affermarlo senza problemi).

Fortunatamente, infine, sono incappata nella casa editrice romana, che mi ha accolta con entusiasmo, e di ciò li ringrazio. Il resto è stato un lavoro in simbiosi: io e loro, senza tensioni, con tranquillità, nessuna costrizione, discutendo semmai qualche dettaglio, passo dopo passo, nei termini prestabiliti, alla fine è venuto alla luce… un bel parto.

Se dovessi esprimere un'opinione sulla casa editrice, cosa diresti? E, dalla tua esperienza, a chi consiglieresti di rivolgersi alle Edizioni Progetto Cultura 2003?

La Edizioni Progetto Cultura 2003 è una casa editrice seria e allo stesso tempo molto elastica nel rapporto con i propri autori, ma piccola, e ciò la penalizza sul mercato nazionale: insomma sono bravi e capaci, ma non hanno ancora una grande forza editoriale. E non per demeriti, ma perché questo è il mercato del libro di oggi… Ma è proprio questo che li rende "speciali": nonostante le difficoltà non approfittano degli sprovveduti esordienti, bensì li aiutano a inserirsi nel mondo editoriale.

Insomma Progetto cultura ha un profilo basso e tranquillo. Ma rispetto ad altri editori con cui ho avuto a che fare loro sono, finora, di certo i più corretti, attenti e disponibili.

Per questo li proporrei… anzi li propongo agli esordienti che prendono contatto con me via blog chiedendomi consigli.

Un libro, per te, è un mezzo per viaggiare o un viaggio esso stesso?

Devo davvero scegliere? Per me sono entrambi… In quanto autrice, lo scrivere un libro è una buona giustificazione per farmi un viaggio (ad esempio i prossimi saranno Messico e Brasile, per due libri che ho in testa). Mentre da lettrice, mi lascio sempre condurre verso il viaggio contenuto nel libro. Quindi… Che sia fisico o mentale… l’importante è viaggiare!

Che ne pensi dell'idea della nuova collana, "Generazioni al femminile"?

Credo che sia un’ottima trovata. Sempre più donne si dilettano nello scrivere, e a volte ci riescono pure bene ( ? ) . È uno spazio che sicuramente troverà un buon seguito. E quindi incrocio le dita per questa nuova avventura…

Ora, rispetto al 2005 quando hai scritto "Un caffè a Kathmandu", ti senti cresciuta in quanto scrittrice?

In parte sì, anche se ci sono ancora molte cose che vorrei migliorare (per fortuna), ma credo però di aver fatto dei grandi passi avanti: sia nella stesura sia nell’esperienza post-pubblicazione… Lo dico perché a volte ripensando all’ultimo lavoro non vorrei modificare quasi nulla, mentre se penso a "Un caffè a Kathmandu"… wow… cambierei tantissimo. Ecco il motivo per cui mi sento di dire che comunque qualcosa è cambiato dentro la "scrittrice" che c’è in me.

venerdì, 08 giugno 2007,08:29
Vi presentiamo qui di seguito l'intervista a Chiara's Angels, una partner di "Generazioni al femminile". Parleremo del suo portale rosa, di editoria, di spunti per storie al femminile...
Insomma... aspettiamo le vostre opinioni, amiche di blog! E intanto, buona lettura…
 
 
Usi, motivandoli, tre aggettivi per descrivere Chiara’s Angels (www.chiarasangels.net).
Disinteressato. In un’epoca dove tutto ha un prezzo, il mio è un sito che non si è lasciato comprare, nemmeno dalle pubblicità. I servizi che offro sono tutti gratuiti e ho anche preferito mantenere un’estetica gradevole a costo, è il caso di dirlo, di non farmi sovvenzionare dalla pubblicità.
Utile. Ho cercato di dare a Chiara’s Angels un taglio pratico: nelle sue rubriche si possono trovare un gran numero di risorse da consultare, o anche da stampare e conservare, che corrispondono poi alle pagine più visitate del sito: tabelle delle calorie, numeri e indirizzi utili di ogni tipo, guide e tutorial tecnologici e così via.
Idealista. Lo scopo del sito è aiutare le donne in difficoltà, tramite una rete formata da me e dalle stesse visitatrici. Questo potrebbe essere un obiettivo utopico, ma di fatto si sta realizzando: forse non sono solo io a credere nella realizzazione dei sogni.
 
Cosa si può trovare nel suo spazio ‘rosa’?
Il portale è, innanzitutto, chiaramente diviso in sezioni che rappresentano i settori in cui si può chiedere aiuto, trovarlo, scambiare idee, offrire contributi. Ogni sezione è a sua volta divisa in rubriche che, in alcuni casi, sono solo il punto di partenza per risolvere le proprie difficoltà, in altri costituiscono delle risorse complete da utilizzare come reference. Ci sono poi il forum e la chat per esprimere le proprie idee, una bacheca virtuale per cercare nuove amicizie e una sezione di annunci e link utili per trovare lavoro.
Un pregio? I contenuti senza scadenza, che cercano di affrontare i problemi più diffusi. Non ci sono, invece, articoli a carattere temporaneo e news: se si cita un libro, ad esempio, non è per segnalare la novità del momento, ma perché quel libro potrebbe migliorare la vita di chi lo legge.
 
Perché le nostre lettrici dovrebbero scegliere Chiara’s Angels?
Perché è un sito senza pubblicità, facile da navigare, dai contenuti adatti a tutti, che si rivolge direttamente alle donne e cerca di aiutarle senza alcun onere. Inoltre, chi oggi partecipa al sito offrendo informazioni o servizi contribuisce a creare quella rete da cui, un domani, potrà anche essere aiutata.
 
Le donne, generalmente, sono migliori ascoltatrici o narratrici?
Credo che le donne, a seconda dei casi, possano essere ugualmente buone ascoltatrici o narratrici. Forse però un po’ più ascoltatrici, considerata la loro innata tendenza a farsi carico dei problemi altrui, prestando quell’attenzione che non facilmente si ottiene dagli uomini. Personalmente, apprezzo molto anche le donne narratrici che riescono a coniugare la perfezione formale con l’ironia.
 
Lei, che nel suo portale ospita molte storie di donne, cosa pensa di una collana editoriale ‘rosa’ come "Generazioni al femminile"?
Credo che possa costituire un elemento di novità nel panorama editoriale italiano se si pone l’obiettivo di non essere soltanto un altro contenitore di racconti o romanzi scritti da donne, ma il mezzo per fare arrivare al pubblico, femminile ma anche maschile, le storie reali delle donne, quelle di cui non sempre si può o si vuole parlare. Penso a tematiche come la violenza o il mobbing, che accadono ogni giorno ma di cui si preferisce non scrivere.
 
Il motto di Generazioni al femminile è “Per le donne, alle donne, con le donne”. Lo condivide?
Lo condivido totalmente, anche perché rispecchia le intenzioni del mio portale, che è nato per le donne, si rivolge espressamente a loro e cerca di coinvolgere altre donne. Viviamo solo apparentemente in un’epoca di emancipazione femminile: in realtà nel privato delle nostre case, nei luoghi di lavoro, nella società in generale c’è ancora, a mio avviso, molta discriminazione di genere. Questo fa sì che sempre più spesso le donne, deluse e/o sfruttate dal mondo maschile, cerchino forme di aggregazione al femminile, certe di trovarvi una maggiore identità di interessi e un ambiente protetto in cui sentirsi a proprio agio.
 
For more info: www.chiarasangels.net
martedì, 05 giugno 2007,08:21
Donna: una melodia ritmica
Donna è uno storico spartito da leggere in chiave riflessiva
 
 
Donna: espressione pura di magica intelligenza.
 
Ma cos’è donna?
 
Candida creatura rabbiosa, disperata, coraggiosa, intimidita, infreddolita da un turbine glaciale maschile che la opprime. Da sempre. Ma si matura. Siamo donne impegnate nel mondo, costruttrici attive di un’armonia comune, stacanoviste magnifiche per eliminare una nuvola cupa chiamata “povertà”.
Il passato è doloroso, ma è la costruzione del futuro. Mattone dopo mattone, noi donne abbiamo compreso sempre più come vivere. Con fatica.
Noi sudiamo più dolore e sacrifici rispetto uno strano mondo maschile. Uomini, che ci promettono amore e protezione. Dolci camaleonti a cui donare gratitudine per le coccole e le carezze subite.
La bimba che vive in me mi guarda con occhioni brillanti e mi chiede “perché?”. Lei ci spera davvero in un mondo sereno nel quale nessuno le chiuda le ali per l’eternità.
Non si può dimenticare, non è tutto finito.
L’universo femminile è vasto.
C’è ancora da scrivere su questo libro: è attualità quotidiana, per alcuni troppo scomoda da mettere in evidenza.
 
Donne, ogni singola cicatrice è marchiata a fuoco sul libro della vostra vita. Troppo spesso lo specchio della verità si appanna di vergogna e paura, e i ricordi si fingono confusi. Si perdona esternamente ma quando camminate per strada e il vostro sguardo si posa su di una dolce culla rosa, vi sgorga una lacrima dalla sorgente dei ricordi.
Diamo valore alla nostra figura. Sfogliando qualche pagina del passato, impareremo il coraggio di vivere ogni istante in vesti femminili.
 
Donne, non lasciamo che il nostro lamento sia un sussurro irrisorio. Apriamo le porte del mondo con la nostra voce per portare a compimento la nostra opera di pace e giustizia.
Per realizzare l’uguaglianza di genere occorre la partecipazione maschile. Palese. Il rispetto femminile è una questione che riguarda la società, ma sboccia quotidianamente all’interno della famiglia.
Per noi donne l’angoscia, la depressione e le umiliazioni sono parametri standard del nostro essere. Ma dobbiamo reagire. Trovare la forza dal nulla e ricominciare a camminare l’una accanto all’altra.
 
Uomini, avete perso la cognizione della vita. Non capite che la cura delle inquietudini femminili è racchiusa in voi. Donate tempo. Tempo per coccolare, tempo per dialogare, per assaporare qualche sporadica felicità quotidiana. Il tempo è prezioso. Raccogliete ogni momento che rimane, la vita non aspetta nessuno.
Voi vi basate sui vostri stereotipi di virilità, divenite violenti e chiudete ogni tipo di dialogo, instaurando una dittatura. Viviamo insieme, ma in mondi separati; in un quadro dove voi siete in luce e noi sempre in ombra. Non ci sono riflessi e sfumature. Tutto nettamente distinto. Troppo.
 
Cari uomini,
Una donna non è un’impresa illegale di figli.
Non è un’animale da caccia da perseguitare.
E’ un creatura splendida.
Donna è uno sbocciare di meraviglia.
Rispettatela.
 
articolo classificatosi al I posto
del concorso "Agenda 21 della donna"
giugno 2002
sabato, 26 maggio 2007,14:03
 
COMUNICATO STAMPA
  
EDIZIONI PROGETTO
CULTURA 2003
INAUGURA UNA COLLANA EDITORIALE
 
La casa editrice Progetto Cultura 2003 avvia un filone tematico avente come soggetto le storie di donne. La curatrice sarà la giovane scrittrice Elisabetta Bilei.
 
 
La piccola casa editrice romana Edizioni Progetto Cultura 2003 lancia una nuova collana editoriale, “Generazioni al femminile”, in grado di accogliere narrazioni sulle donne.
La scrittrice Elisabetta Bilei è stata nominata curatrice.
 
Obiettivo principe della casa editrice è da sempre diffondere la cultura come bene comune, attraverso circuiti alternativi e organizzazioni benefiche. Tale progetto troverà sviluppo anche nelle nuova collana editoriale, ideata e curata dalla giovane scrittrice Elisabetta Bilei.
 
“Generazioni al femminile” è incentrato sulla figura della donna analizzata da molteplici sfaccettature. Non è una collana rosa ma uno spazio lasciato alla freschezza e all’innovazione dell’essere donna, oggi.
 
Elisabetta Bilei è molto legata a questa tematica: nel giugno 2002 ha vinto un concorso organizzato dal Forum Internazionale “Agenda 21 delle Donne” con un articolo sulla condizione attuale della donna e dal 2003 collabora continuativamente, tra gli altri, con il portale Donnissima. 
 
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